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La guerra, le chiacchiere, le lacrime

guerraLe stragi di Bruxelles hanno scosso dal torpore e dal sonno i nostri governanti, appagati, si direbbe dopo quelle di Parigi di febbraio, dal suono rassicurante delle loro stesse chiacchiere.

L’Europa torna a ricordare a sé stessa di essere in guerra. Renzi, dopo qualche esitazione e qualche esercitazione filologica del suo Ministro degli Esteri, Gentiloni, tesa a definire la guerra dell’I.S.I.S. una cosa più o meno pacifica assicurando ad essa il contributo della sua direzione da parte dell’Italia, aveva scelto la negazione di questa antipatica parola: “nessuno dica siamo in guerra”.
Non so se, di fronte a questa seconda ondata di stragi il Presidente del Consiglio nonché segretario del Partito della Nazione, continuerà a ripetere “che non si deve parlare di guerra”.
Ma parlare, parlare, chiacchierare sì. Renzi ha spiegato all’Europa che si deve creare un organismo unitario per l’Intelligence. Chi sa se si sarà posto la questione dell’opportunità di non far sapere (si fa per dire) alle altre Nazioni d’Europa che da noi i funzionari dei Servizi sono i primi ad essere considerati, dopo qualche tempo dalla loro nomina, i principali sospettati di ogni complotto contro lo Stato (e, ad unificazione fatta, contro l’Europa).
E, già, perché proprio nell’ultima relazione della Direzione Nazionale Antimafia (Organismo della Magistratura) questa ha rivendicato a sé il compito di “lottare contro l’I.S.I.S.”. Di Matteo sarà pronto ad imbastire, alla prima occasione, un processo per una trattativa Europa-Isis. Don Ciotti penserà all’utilizzazione dei beni sequestrati a qualche Sceicco.
Ma c’è poco da fare dell’ironia sull’inadeguatezza del nostro apparato Statale e della sua classe politica ad affrontare la drammatica situazione di un Europa sotto attacco. Un compito che tale classe politica cerca di assolvere con le chiacchiere.
Prima fra tutte, la giaculatoria, ripetuta in ogni occasione, che non c’è connessione tra l’immigrazione islamica ed il terrorismo dell’I.S.I.S. o di Al-Quaeda.
Basta riflettere sul fatto che gli attacchi terroristici sono avvenuti in Paesi e aree urbane dove la presenza degli immigrati islamici è più alta. Certo, non tutti sono terroristi né favoreggiatori o conniventi di terroristi.
Ma nella massa multiforme ve ne sono quanto basta e c’è un’omertà, benché non del tutto spontanea (l’omertà non lo è mai) che rende assai difficile sia la prevenzione che la repressione di attività terroristiche.
Bisogna aggiungere che qui in Italia, se la classe politica è prevalentemente debole, sfuggente, ambigua, sulla questione del terrorismo incombente, c’è tutta una fascia di opinione pubblica di Sinistra, che, dopo avere stoltamente fatto il tifo per la jhad, magari contro Israele, contro gli Americani, oggi, produce la più gran parte delle insensatezze, dei se e dei ma, di fronte ai problemi ineludibili della difesa del Paese. A cominciare, appunto dalla elementare e tutt’altro che inutile presa d’atto del “siamo in guerra”.
Questo atteggiamento di sorniona “comprensione”, che è mezza connivenza con il terrorismo islamico, è stata ed è presente anche nella magistratura che ha dimostrato attenzione e preoccupazione più per i “diritti civili” di banditori della guerra santa che non a quelli dei sospettati di essere mafiosi.
Ma c’è un interrogativo che va affrontato apertamente. L’ambiguità nei confronti del terrorismo arabo, che ha una storia che risale addirittura a Craxi, e, più propriamente, alla politica estera gestita dall’E.N.I., che più recentemente si nutre dell’atteggiamento ambiguo della Chiesa e del Vaticano, atteggiamento che lascia intravedere nientemeno che una sorta di alleanza delle fedi religiose ed, in particolare, una rinascita della fede, anche quella Cristiana, che “passi” per l’Islamismo, contro il laicismo ed il liberalismo “occidentale”. Sembra malgrado tutto che essa abbia però assicurato all’Italia una sorta di “pace separata”, il privilegio di rimaner fuori dalle stragi e dagli attacchi terroristici.
Può darsi che ciò sia completamente privo di solido fondamento e che il nostro “privilegio” dipende solo dallo scarso peso, dalla scarsa importanza attribuita al nostro Paese dal Califfato e da altri consimili congreghe terroristiche. E’ certo però che c’è da noi, non solo al Ministero degli Esteri, chi ritiene che non sia il caso di turbare questa sorta di “armistizio di fatto”, questa mezza pace, da pagare, magari, con una grande e sconsiderata liberalità in fatto di “accoglienza”, come direbbe Papa Bergoglio.
Non starò a pronunziare il giudizio morale su questo atteggiamento, non tanto perché ho tirato in ballo anche il Papa, ma perché, purtroppo non è quello della moralità il metro della politica e, soprattutto della guerra.
Direi piuttosto che questa propensione a “non esporci troppo” ha il suo lato pericoloso. A parte il fatto che c’è chi, dall’altra parte, sprezza e cerca di eludere ogni pur momentaneo e parziale compromesso, è certo che in tutto il mondo islamico la prudenza e la repulsione per la violenza degli occidentali è oggetto di sprezzo e considerate senz’altro manifestazioni di debolezza. E colpire nel punto più debole è antica regola strategica, non certo ignota a chi manovra il terrorismo internazionale.
A procurarci valutazione di debolezza ed irrisione in tutto il mondo arabo contribuiscono, del resto, episodi come quello della Commissaria Italiana alla politica Estera dell’Europa, la Mogherini, nota, tra l’altro, per essere filoaraba e decisamente anti israeliana, che cercando di esprimere il dolore e lo sdegno per la strage di Bruxelles è solo scoppiata a piangere.
Una reazione che umanamente e da cittadini di un mondo civile, sensibili ai valori della vita, noi possiamo apprezzare più di tante chiacchiere ipocrite, ma che sembra fatta apposta per rinfocolare lo sprezzo dei tagliagole per l’Europa e l’Italia in particolare e per attirare l’assassinio terroristico verso chi, così, mostra debolezza.
Meglio, forse, quelle lacrime che chiacchiere retoriche a vanvera.
Ma, di fronte all’immane tragedia che l’Europa deve affrontare, ed a quanto si deve fare per difenderci, non è certo con le lacrime a dirotto di chi mandiamo a rappresentare l’Europa che possiamo pensare di cavarcela.
Mauro Mellini

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