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Torino capitale della prescrizione

Tutto alla luce del sole, perché nessuno perde la faccia: è il sistema, la legge che lo dice, io che ci posso fare?

Ma a forza di benedizioni, l’esercito dei prescritti avanza in modo preoccupante. Le sue file s’ingrossano di continuo. Nel distretto di Torino ogni giorno ci sono 38 prescritti in più. Persone che, in teoria, stavano subendo un processo perché sospettati di aver commesso un reato e che, da un giorno all’altro, sono stati riabilitati in toto. Nessuna punizione, lo Stato non ha più interesse. Ogni ora che passa si prescrivono due reati e alla fine del 2006 sono stati 14.005 i provvedimenti di decadenza emessi. Per intenderci, più di tutti quelli di Sicilia e Sardegna messi insieme. I distretti di Palermo, Messina, Caltanissetta, Catania, Cagliari e Sassari ne hanno infatti collezionati appena 12.846. Torino, secondo i dati forniti dal ministero della Giustizia, risulta essere il terzo distretto d’Italia, subito dietro Napoli e Bologna, tanto per numeri di provvedimenti che per beneficiari che per reati decaduti. E il suo è un primato che si mantiene nel tempo.

Certo, le leggi nazionali hanno dato una bella spinta. Chi non ha provato (e nella maggior parte dei casi con successo) a uscir fuori pulito da un processo sfruttando la finestra della prescrizione? Lo ha fatto Riccardo Agricola, il medico della Juventus condannato in primo grado a un anno e dieci mesi per somministrazione pericolosa di farmaci ai giocatori bianconeri. In appello venne assolto e in Cassazione si svolse una battaglia legale asperrima solo per determinare il giorno esatto dal quale calcolare la prescrizione. Vinse Agricola. Ma anche le inchieste cominciate nel 2004 sulle attività dell’Ordine Mauriziano, in realtà, sono state svuotate dalle prescrizioni. Sono mille i casi in cui l’orologio conta più delle prove o delle argomentazioni difensive. Non per tutti, però. La prescrizione fa decadere il reato e lo specchio della situazione lo si ha guardando dietro le sbarre delle prigioni. Di «colletti bianchi» non se ne vedono molti, da queste parti. Bianchi sono e immacolati sono rimasti.

Nel carcere di Torino, il 10 ottobre scorso, c’erano detenuti a cui venivano contestati 3165 reati diversi. Le prime tre voci sono quelle dei reati contro il patrimonio (1105 tra furti, rapine, estorsioni, ecc.), dei reati di droga (641) e dei reati contro la persona (omicidio, violenza sessuale, percosse, ecc.). Per trovare detenuti condannati per peculato, concussione o corruzione, bisogna scendere nella graduatoria. Ce ne sono 158, solo uno ogni cinque. Se si vuole poi incappare in qualcuno punito per reati di economia pubblica, bisogna ancora scendere, fino al penultimo posto. Ce n’erano solo 4, addirittura meno della metà dei carcerati a cui sono ascritti reati contro il senso religioso e la pietà dei defunti.

La verità è che ci sono reati che in un carcere non si troveranno mai. La giustizia gira come una vite spanata e sempre più magistrati (l’ultimo è Bruno Tinti, procuratore aggiunto proprio a Torino, con il suo libro «Toghe rotte») denunciano di lavorare su fascicoli nati morti. Dietro le sbarre si possono trovare storie di tossicodipendenti, di stranieri, di ladri e assassini di bassa tacca, ma non i criminali dei reati economici, che pure tanta gente rovinano. Le truffe cadono in prescrizione, i corrotti non pagano i risarcimenti perché sono nullatenenti, i pirati della Borsa si salvano. In carcere mai, ma tutti ad accendere un cero. A San Prescritto.
Fonte La Stampa

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