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Adele Faccio: il ricordo di Emma Bonino

«Di questi tempi l'ho molto pensata, Adele. In questi mesi e anni nei quali sono ritornati gli stessi ragionamenti, le stesse motivazioni che ci avevano spinte alle battaglie di venti...anzi no, ahimè, sono già passati trent'anni: la libera scelta, la responsabilità individuale, le interferenze della Chiesa, tutto un déjà vu fino a giovedì, alla giornata dei Pacs, proprio quel giorno...». Emma Bonino ricorda Adele Faccio «con affetto e tenerezza» ma ha la voce limpida e forte di chi ha il pudore delle proprie emozioni e vela la commozione nel fumo delle sigarette, riformulando idee «decisive» per la sua formazione. Era una ragazza dai riccioli scuri, si era laureata alla Bocconi, faceva la supplente di lingue a Milano. E incontrò Adele Faccio, iniziarono battaglie storiche, «nulla di nuovo, purtroppo».
In che senso, ministro?
«Vedo gli anatemi di oggi, uguali a quelli lanciati contro Adele e tutti noi negli anni Settanta: ci si scaglia ancora e sempre contro l'autonomia della persona, le scelte individuali, la laicità della politica. Forse è grazie a quelle battaglie se gli anni tra la fine dei Settanta e l'inizio degli Ottanta sono stati di respiro più laico, in questo Paese. Rileggo i giornali di questo giorni e mi sembrano uguali a quelli di allora, clericali di qua, laici di là...».
Quando la incontrò?
«Era il settembre 1974, a Milano, nella sede radicale di corso di Porta Vigentina. Da un pò di tempo ero volontaria Aied sulla contraccezione, avevo abortito clandestinamente in primavera e proprio per questo mi ero decisa ad impegnarmi. Vedevo tante donne che cercavano un modo di abortire meno pericoloso delle mammane, e proprio sul Corriere avevo letto di questa signora che aveva aperto un centro di informazione su sterilizzazione e aborto. Cosi le mandavo da lei, dopo un pò le rivedevo e mi raccontavano d'essere state non solo aiutate ma pressate perché facessero uso di anticoncezionali. Dopo un pò la situazione mi divenne insostenibile».
Perché?
«Non potevo accettare la contraddizione tra me legale e perbene perché mi occupavo di contraccezione e lei illegale e permale perché l'aborto non era permesso: ma c'era, clandestino, con le mammane e i ferri a calza. Non ci illudevamo di risolvere la piaga dell'aborto clandestino ma cercavamo di aiutare queste donne, io segnalai un medico a Firenze».
Che cosa diceva, Adele Faccio?
«Quello che divenne il nostro slogan: contraccezione per non abortire e aborto libero per non morire. Non mi ero mai occupata di politica. Quando la andai a trovare fu lei a darmi i primi riferimenti».
Vi hanno attaccato come se sosteneste a cuor leggero l'aborto.
«Non è questo, non abbiamo mai ritenuto l'aborto un diritto. Piuttosto abbiamo sostenuto il diritto alla libera scelta della maternità, combattuto la tragedia degli aborti clandestini e detto che semmai l'aborto era l'extrema ratio. Molto meglio la contraccezione, chiaro».
Che tipo era?
«Aveva un carattere "puntuto". Non facile, perché tutte le persone di carattere non hanno un carattere facile. Una donna anticonformista, che aveva avuto un figlio ma non si era sposata, cosa allora fuori norma. E' stata per molti versi un'antesignana, anche nel modo di parlare. Lei diceva di essere un'anarchica. Ricordo quando ne organizzammo l'arresto il 26 gennaio '75, al teatro Adriano di Roma: Mellini intonò per lei Addio Lugano bella. Era una figura grande».
«Organizzammo l'arresto»?
«Ci assumemmo le nostre responsabilità, anche Spadaccia era stato arrestato. Io mi consegnai alla polizia della mia città, Bra, il 15 giugno. E da lì la raccolta di firme per il referendum, l'elezione in Parlamento di Pannella, Mellini e noi due, fino all'ostruzionismo per migliorare la legge, nel '78. Anche allora c'erano compromessi...».
Quando scompare chi ha fatto storia, ci si chiede: che esempio resta?
«Quello nostro, giusto con noi radicali poteva stare Adele: l'esempio di chi mostra che la politica è una passione o non è».
Fonte Il Corriere della Sera

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