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Isis: bombe o diplomazia?

Siamo in lutto. Siamo stati oggetto di un’offensiva spietata e mostruosa in una guerra che stoltamente, molti di noi si ostinavano ad ignorare, a rifiutare come “un’esagerazione”, una constatazione pericolosa, come se il pericolo, i lutti, la violenza, potessero essere esorcizzati ignorando la realtà (ma l’imbecillità della Farnesina che oggi dice che “si deve combattere il terrorismo sul piano militare ma senza entrare in una dinamica di conflitto” supera ogni limite).
Sissignori: siamo in guerra. E chi ritenesse che in guerra, al più sarà la Francia etc. etc., oltre che imbecille è anche sconciamente vigliacco.
Ma sono ancora in molti a domandarsi se per venire a capo di questa “terza guerra mondiale” ci voglia “la diplomazia” oppure “ci vogliono le bombe”.
Sono ambedue espressioni che hanno in sé un errore fondamentale.
 
Nessuna guerra si fa e si vince con le sole bombe (che, poi, sarebbero il modo di far la guerra in cui a morire sono gli altri, i “bombardati”, perché le perdite dei “bombardieri” si contano in apparecchi e non in vite umane.
Né; tanto meno, le guerra si vincono o semplicemente si fanno con la diplomazia (cui, in genere, si rivolgono i generali quando la guerra l’hanno persa). Una guerra mondiale, planetaria, non si vince senza una sapiente, efficace azione politica, anche quanto la parola è passata alle armi. Ma la “diplomazia” è solo la voce, la negoziazione, le comunicazioni della politica, ché, se grande è la guerra, grande deve essere la politica e la mente di chi la gestisce. E grande dovrebbe essere la mente di chi fa la politica, le scelte, i passi fondamentali quando si vada verso la guerra, si voglia o non si voglia farla.
Ed allora diciamo subito che questa ondata di terrorismo islamico, questa guerra dichiarata all’Occidente come civiltà e modo di vivere e di essere governati, sono maturati in un periodo di desolante mancanza di personale politico di adeguato livello in tutto l’Occidente. Le figure addirittura comiche dei governanti nostrani in questi ultimi anni ci hanno fatto dimenticare che in Francia, Inghilterra, USA, Germania, non abbiano avuto alla ribalta politica se non delle mediocrità. Così da certa gente abbiamo avuto gli applausi al primo violento manifestarsi dell’estremismo islamico, salutato, nientemeno, come “primavera araba”.
Poi ci sono stati i parassiti delle mediocrità.
Da noi Frattini, aspirante (trombato) segretario della Nato, resosi complice per ostentato servilismo della baggianata franco-inglese contro Gheddafi, ne è tipico esempio.
Ma questo non significa, come qualcuno ha cercato e, magari, cerca ancora di affermare, che il terrorismo è stato generato dalla “cattiveria” degli Occidentali capitalisti.
Bombe o diplomazia? A parte quel che abbiamo scritto poc’anzi sull’impropria progettazione delle due ipotesi, è certo che una prima sciagura va evitata ad ogni costo: usare le bombe là dove occorre operi la diplomazia (cioè la politica), ed usare la diplomazia quando è indispensabile usare le bombe e contano solo le bombe (ed il resto con cui si fa la guerra).
E diciamo subito che, se non è con le bombe che si evitano i singoli atti terroristici che dobbiamo aspettarci qui da noi (così che non è con qualche bomba che si risponde a pochi o molti morti vittime del terrorismo), perché è impensabile che si venga veramente a capo degli attacchi terroristici nella nostra Europa, se non si schiaccia (non certo con le sole bombe) il cosiddetto “Stato Islamico”, la grande “patria del terrorismo”, la cui esistenza è la più sfacciata e pericolosa istigazione, la propaganda più efficace del terrorismo dei Kamikaze e dei tagliatori di gole.
Potremmo e dovremmo passare a problemi specifici. Oggi, ci assicura Angelino Alfano (la Ministra della Difesa non esiste), abbiamo Servizi di sicurezza efficienti. Vorremmo che un tal giudizio lo abbiano ad esprimere anche Ministri e governi a venire. Non solo perché ci auguriamo che si possa dire che i Servizi hanno dato “sul campo” buone prove, ma perché vorremmo che non fossero, domani, esposti alle cavolate prossime venture del primo Procuratore della Repubblica di Roccacannuccia o di Baggianopoli, che incrimini quelli alla cui protezione oggi ci affidiamo, magari, per aver partecipato ad una trattativa “Stato-Isis” o, magari, Stato-Chiesa Copta. Non si può volere, come si suol dire, “la botte piena e la moglie ubriaca”. E’ vergognoso invocare l’efficienza dei Servizi e poi infierire contro la loro “mancanza di trasparenza”, contro i Contrada e i Mori ed i poliziotti che arrestarono l’Imam e quanti altri non si prosternino al servizio del primo “Uditore con Funzioni” in vena di esibizionismo del Partito dei Magistrati”.
Ho inteso in uno dei tanti dibattiti televisivi, un Generale ex Capo, di Stato Maggiore, dal linguaggio, in verità, assai misurato e capace di considerazioni ragionevoli, affermare che dovremo rassegnarci a veder abbassato il livello di garanzie di cui godiamo.
Un ragionamento pacato e giusto se riferito ad altri Paesi. Ma ad noi, dove il “godimento” è così limitato, intermittente e casuale, direi che, invece, occorre sia elevato il livello di garanzie contro magistrati eversori, difensori delle libertà degli Imam anche se organizzatori di assassini, e sprezzatori di quelle dei cittadini italiani. Se dobbiamo andare alla guerra agli ordini dei Procuratori della Repubblica, la guerra l’abbiamo già persa.
 

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