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I miti che si sgretolano: i moderati

Questa tornata di elezioni amministrative, benché parziale e tuttora inconclusa, ha segnato una tappa nel cammino travagliato della nostra storia recente ed anche meno recente.

Abbiamo già sottolineato la battuta d’arresto del renzismo, della sua trasformazione in “Partito della Nazione”. Forse qualcosa di più di una battuta d’arresto, se lo stesso Renzi ha dovuto mettere da parte il suo “tout va très bien…madame la marquise…” ed ammettere che non è certo soddisfatto di come sono andate le cose.

Che questa prova avrebbe segnato un sacrificio masochistico del Centrodestra era scontato e non si è dovuta attendere la conferma del voto per penderne atto. Ma la riflessione che oggi diventa doverosa di questo fenomeno ci dice qualcos’altro. Silvio Berlusconi è tornato a parlare, cosa che, purtroppo, fa da anni, di “moderati”.  E’ solo lui capace di unirli, solo uniti potranno tornare a vincere, etc.

Sarebbe ora che Berlusconi, che nel 1994 ebbe il grande merito di chiamare i “moderati” ad uscire dalle frustrazioni della loro “moderazione” che sembrava travolta dal colpo di stato giudiziario di “Mani Pulite” assieme con l’oramai logoro e privo delle sue stesse ragioni d’essere del sistema consociativo democristiano, che è ben presto ripiegato sulla linea della “moderazione”, riflettesse, lui per primo, sulla sua storia.

Abbandonando ogni velleità di creare quel “partito liberale di massa” che aveva promesso a Biondi (che, un po’ scettico e scanzonato gli rispondeva “purché non risulti di Carrara”, con facezia profetica) riteneva e tuttora ritiene che la “cosa” politica da lui creata possa trovare nel “moderatismo” il denominatore comune.

Moderati? Certo. Fini portava con sé alla greppia del berlusconismo un partito “nostalgico” del fascismo però “oramai moderato”.

Bossi, con i suoi assatanati e trinariciuti “padani”, sacrificava qualcosa dell’ottusità del loro grezzo oltranzismo ad una certa “moderazione” implicita nell’andare al governo con i “terroni”.

Ma, soprattutto, una massa confusamente anticomunista, divenuta più vasta e scontata dopo che il comunismo era stato sconfitto dalla storia più a Varsavia ed a Mosca che a Roma, era “moderata” anch’essa nel suo anticomunismo e nel suo antipatizzare per la Sinistra.

Ma il “moderatismo” non era e non è una posizione politica, perché non c’è, come in altri momenti della storia, una corrente prevalente più audace ed estremista rispetto alla quale cerca di imporre “moderazione”.

Moderato è nella situazione nostra un aggettivo politicamente senza senso. E’ piuttosto un avverbio. “Moderatamente”.

Moderatamente si può essere molte cose e, soprattutto, si può essere nessuna.

Ma un “Partito moderatamente” è una mostruosità grammaticale ma anche logica e politica.

Berlusconi si appella al nulla, vuole essere l’assurdo. Non vuole, soprattutto essere quello che ha avuto il merito di rappresentare, nella speranza degli Italiani, in un momento senza speranze. Ma solo per un momento.

Per vincere ha dovuto crearsi quella qualifica ed attribuirla ad assai poco credibili antiliberali “moderatamente sopportabili”.

La conseguenza è che, sconfitto dal Partito dei Magistrati in una battaglia che non ha mai voluto e saputo combattere nei termini veri, storici su cui esse si giuocano, Berlusconi si ritrova con assai poco tra le mani che gli consenta un nuovo ed importante ruolo politico, perché aveva costruito una macchina fragile. Fragile perché fatta e combinata solo per vincere alle elezioni dell’indomani.

Credo che questo giudizio sia, in fondo, il più rispettoso e positivo che si possa dare della figura di Berlusconi.

Ed anche il più positivo o il meno catastrofico di una situazione nella quale non vogliamo rinunziare alla speranza.

Mauro Mellini

07.06.2016

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