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L'antimafia teatrale: ritorno alle telefonate 'segrete'

L’Antimafia esoterica e teatrale Palermitana quella, per intenderci, della divinizzazione della gran cazzata del “processo della Trattativa” del Guru parlante con Gesù tramite gli alieni, dei confindustriali “monnezzari” e degli “affari di famiglia” con le amministrazioni dei beni sequestrati ai presunti mafiosi, ha accusato i colpi e fiutato il vento che gira.

Ha cambiato anche gli oggetti di culto.

Improvvisamente ha smesso di parlare dell’attentato, del bidone, per intenderci. E del mandato, della condanna a morte del super magistrato Nino Di Matteo, che era andato “troppo oltre” conferito e pronunziata da Totò Riina o forse no, da Messina Denaro. Un improvviso soprassalto di buon senso? Se così fosse non ci sarebbe che da rallegrarsi, ammesso che l’allegria abbia qualcosa a che fare con queste tristissime cose.

Ma quell’apparato “devozionale” dell’”antimafia super” (il lessico di Vitiello è irrinunciabile) non può fare a meno di certe cazzate misteriche, intorno alle quali ha costruito riti, legende, discriminazioni, e, perché no, magari qualche affaruccio per chi è più portato alle cose concrete.

Messo da parte, provvisoriamente almeno, attentato e bidone, hanno ritirato fuori la storia delle telefonate tra Napolitano e Mancino.  Telefonate che la Procura ammetteva non avessero alcuna rilevanza probatoria per il processo (quello della “trattativa”, che, a sua volta non aveva e non ha alcuna parvenza di rilevanza giuridica) ma che, tuttavia pretendeva aver legittimamente effettuate e sulle quali riteneva di avere competenza a decidere se e come utilizzare o “archiviare”.

Ingroia, ex Procuratore Aggiunto di Palermo, ex candidato Presidente del Consiglio, attuale capo di un sedicente partitino politico, avvocato un po’ frettolosamente gettatosi a far di professione la “parte civile”, amministratore delegato da Crocetta di una società di servizi un po’ complicata e dissestata di proprietà della Regione, commissario della soppressa (ma non troppo) provincia (regionale) di Trapani, avendo  perso la partita avanti alla Corte Costituzionale nel giudizio di “attribuzione” sulle famose telefonate Napolitano-Mancino, da una parte vuol fare dell’ironia sull’iniziativa del Presidente, sostenendo che quelle telefonate erano già state escluse dal materiale probatorio del processo, dall’altra ci prova a far capire che, tanto, lui sa bene quello che i due (che non erano “due” qualsiasi!!) si dicevano e che avrebbe scritto un libro per divulgarlo e commentarlo.

Rischiando una incriminazione (si fa per dire: non sono gli Ingroia, di questi tempi, che rischiano incriminazioni), ha però aggiunto che il libro sarebbe stato un’opera di fantasia, una disquisizione su telefonate immaginarie. Immaginate, però, da uno che ne conosceva, a quanto pare, punti e virgole.

Molti dicono di avere il culto della verità, ma ne hanno idee molto diverse e molto diverso il senso della serietà.

Ora, dunque, per difetto di bidoni e di attentati con i quali si era andato veramente “troppo oltre” (fino a quella sorta di diffida al Presidente della Repubblica a rendere omaggio a Di Matteo), vengono di nuovo tirate in ballo le telefonate ed il persistente “mistero” sul loro contenuto. Nostalgia per un’occasione perduta per un tradizionale sputtanamento in altissimo loco, desiderio di utilizzare il “mistero” come arma di sputtanamento più efficace della stessa propalazione.

Magari un’occasione, che a noi sfugge, di una utilizzazione “inconsueta” di questo “fantasma” così ridicolo e così urtante per la sua stessa inconsistenza, ma anche per le molte implicazioni di sopraffazione istituzionale.

Questa gran voglia di conoscere il “mistero” di quel che Napolitano e Mancino si dissero non mi sfiora nemmeno, anche se molto mi preoccupa l’arroganza di quella scheggia impazzita del Partito dei Magistrati nel voler rivendicare il diritto di spiare il Capo dello Stato e di “decidere”, poi, che cosa farne della “spiata”.

Non sento questa gran voglia di svelare il mistero, perché, pur non essendo e non essendo mai stato un particolare stimatore di Napolitano e di Mancino, penso che una telefonata in quelle circostanze (Mancino indagato) sarà stata, più o meno corrispondente a quello scambio di opinioni sul sistema giudiziario che un po’ tutti gli italiani, che, se c’è qualcuno che li sente, dicono “ho la massima fiducia nella magistratura”, ma al riparo più o meno reale da orecchie, cimici e registratori indiscreti, si fanno solitamente  “a quattr’occhi”.

Che cosa si dice ad uno cui il magistrato contesta un reato fantasioso, pretende di incriminarlo per una attività di cui non è alla magistratura che deve dar conto, che gli contesta la parola di un mafiosetto da strapazzo, un po’ calunniatore, un po’ truffatore?

“Ma che cazzo vanno rompendo i coglioni questi magistrati? Ma chi credono di essere! Ma possibile che nessuno (già nessuno, perché invece loro…) li manda a quel paese? Qui non se ne po’ più!”. Certo i due personaggi avranno evitato le parolacce in uso tra gente meno raffinata e paziente.

Per carità. Non ho la palla di vetro né so giostrare con i fondi di caffè. E’ impertinente e oltraggioso ipotizzare, anche spurgando (se possibile) il discorso dalle parolacce, quale fosse il tenore delle telefonate “segrete”? Di quel segreto non me ne frega un tubo. Ma se proprio quelli di Palermo, Ingroia e compagni insistono tanto con quei loro periodici lamentosi ritornelli da costringermi a pensarci, allora non mi resta che ricordarmi che anche l’ex Presidente della Repubblica e l’ex Presidente del Consiglio sono uomini e parleranno e penseranno un po’ come tutti gli altri ed il “segreto” è, in fondo proprio questo: che, magari, la pensano come noi.

In conclusione: ha fatto benissimo (una volta tanto) Napolitano a difendere, anche con un “conflitto di attribuzione” avanti alla Corte Costituzionale, il diritto di non essere spiato.

Ma avrebbe fatto ancora meglio, cosa che non ho mai osato sperare, se fatto salvo tale diritto, avesse spiattellato alto e forte, come si conviene al Capo dello Stato, quello che scommetterei essere stato l’oggetto delle sue telefonate con Mancino. Così Ingroia ed il Partito dei Magistrati avrebbero avuto il fatto loro.

Ma è inutile chiedere a qualcuno qualcosa che non ha.

Mauro Mellini

08.06.2016

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