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Editoriale

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Per infangare Carnevale uccisero Enzo Gaito

A quanto da noi scritto lo scorso 15 gennaio “Omaggio a Corrado Carnevale” si è unito, con parole degne dei suoi elevati sentimenti, l’Avv. Virgilio Gaito caro nostro Amico, il quale ha voluto aggiungere un pensiero per quanti ebbero a subire inconcepibili persecuzioni, indagini infamanti allo scopo di colpire, come loro, il grande e valoroso Magistrato. In particolare Virgilio Gaito ha voluto ricordare la vicenda dell’infame aggressione giudiziaria, compiuta con tale perversa finalità e con tragiche conseguenze, in danno dell’Avv. Enzo Gaito. Malgrado l’omonimia Enzo e Virgilio Gaito non erano legati da un rapporto di parentela, ma da una grande amicizia e da una reciproca stima.

Anch’io, che ho conosciuto Enzo Gaito, che mi onorò della sua amicizia e che ebbi modo di apprezzare per le sue eccezionali doti di avvocato e di giurista sento il bisogno di ricordarlo e di ricordare la stupida ed infame umiliazione che gli fu inflitta dai golpisti giudiziari. Non potrei farlo meglio di Viriglio e di come Virgilio lo ha fatto l’altro giorno nella lettera a me diretta.

Voglio quindi pubblicare qui le parole dello scritto di Virgilio che riguardano la vicenda e la figura dell’Avv. Prof. Enzo Gaito.

Non è noto se non per i familiari, i collaboratori e pochi amici il dramma vissuto di riflesso da quasi tutti gli Avvocati che avevano assistito clienti condannati dai giudici di merito e che avevano sostenuto innanzi al Giudice Carnevale i motivi di ricorso da lui accolti.

Anche loro videro riconosciuta la loro assoluta innocenza, ma ad uno traessi il Prof. Avvocato Enzo Gaito, titolare della cattedra di procedura penale all’Università di Roma, uno tra i più seri e brillanti Maestri in campo penale, al quale ero legato da vincoli profondi di reciproca stima ed affetto fraterno, autore di magistrali difese coronate da successo innanzi alla Corte presieduta da Corrado Carnevale, ritengo doveroso   rendere   omaggio alla memoria di vittima illustre   di quella barbara istruttoria condotta con mal riposto accanimento dai zelanti inquirenti che, pur conoscendone e stimarono   la statura morale di professionista integerrimo e di docente universitario di indiscusso prestigio, non si fecero scrupolo di irrompere un triste giorno nel suo Studio che misero a soqquadro in presenza di collaboratori, dipendenti e clienti alla ricerca di prove di vaghi sospetti di suoi   cervellotici illeciti legami col Presidente Carnevale. Quelle prove non furono trovate semplicemente perché non esistevano altro che nella fantasia di quei moderni emuli della Santa Inquisizione.     Innanzi ai quali Enzo, profondamente ferito nel suo spirito di gentiluomo e di Maestro di etica per generazioni di allievi, chiese immediatamente essere interrogato per fugare anche il minimo dubbio, ma la ferita era stata troppo profonda e dopo pochi giorni si rivelarono in lui i sintomi di un male incurabile che in pochi mesi lo condusse alla tomba.

Alle esequie una folla di amici, estimatori, colleghi, docenti universitari, Magistrati di ogni ordine e grado, uomini delle Istituzioni vollero testimoniare il rimpianto ma anche la rabbia per la ingiusta punizione inflitta ad un Maestro di diritto e di etica, vittima innocente di quel clima di giustizialismo  allora nascente e poi malauguratamente consolidatosi anche attraverso quella legislazione dell’emergenza…”       

           

Virgilio Gaito

19.01.2018

La Costituzione è razzista?

L’orrore, la repulsione per le discriminazioni razziali io non li ho concepiti dopo la fine del fascismo. Nella mia Famiglia se ne parlava e si era certi che si stava consumando la strage degli Ebrei fin dai primi anni di guerra. Sapevamo, Udivamo spesso mio Padre parlare con angoscia del pericolo in cui versavano alcuni suoi amici Ebrei e tutti gli altri. Sapeva, come chiunque altro che non volesse non sapere.

Ma la coscienza della complessità, delle complicazioni, delle questioni razziali io l’ho acquisita in un preciso giorno, durante l’occupazione nazista, sentendo il racconto di un contadino che, rischiando la sua pelle, aveva dato ricetta a due prigionieri di guerra americani, fuggiti l’8 settembre da un piccolo concentramento nelle vicinanze. Uno di loro era bianco, l’altro nero. Pare che, dovendo traslocarli in un altro fondo, per il primo aveva progettato di fargli attraversare il paese, dietro un asino. Senza parlare, dicendo ogni tanto alla bestia: ah! ah! Ma al secondo aveva detto di non poter fare altrettanto. Avrebbe dovuto fare un lungo giro. Questi si era “ingrugnato”, l’aveva presa male. Ed il suo compagno bianco aveva spiegato al contadino che l’aveva offeso. “Offeso perché?Perché gli hai detto che è nero! – E che è bianco?” gli aveva risposto ed ancora si domandava il brav’uomo. Dei tre, mi resi conto in seguito, il meno razzista di tutti era il mio compaesano. Che si era beccato i rimbrotti, per lui incomprensibili, dei suoi beneficiati.

Sentendo parlare oggi, a distanza di tre quarti di secolo, di questioni razziali, ma assai spesso a vanvera, mi torna alla mente la storia di quel terzetto. Ed il tentativo di mio Padre, cui era stato fatto quel racconto dal protagonista, di convincere questi a non farsi carico del problema di un paese così lontano e diverso. Fatto senza troppa convinzione.

Ci ho ripensato anche di fronte al putiferio per la infelice frase di Fontana.

Ma, quale che sia l’antipatia per il soggetto, di cui so solo che è un seguace di Salvini, l’episodio in sé impone l’uso della ragione nel prendere atto degli equivoci alla base di questa polemica.

Fontana o Salvini mi pare difficile negare che, oltre alla strumentalità preelettorale, il coro di proteste sia, in sostanza espressione aggiornata del detto di una volta “ha detto male di Garibaldi”.

Espressione, questa, passata di moda e pressoché incomprensibile per i meno vecchi. Ma che può riassumersi così: il pregiudizio sul pregiudizio.

Di fronte a frasi “politicamente scorrette” secondo gli andazzi di un’epoca, l’ostilità, la diffidenza, la censura per un pregiudizio (oggi quello razziale, ieri quella clericale, legittimista, antirisorgimentale) sopravviene e si impone un altro pregiudizio.

L’orrore per il pregiudizio razziale, arriva così alla sciocchezza di un opposto pregiudizio, per il quale il solo fatto di parlare di razze, della loro esistenza, sarebbe razzismo.

E’ il pregiudizio che portava al rimprovero al bravo e generoso mio compaesano, che aveva detto (per aiutarlo, salvarlo) all’americano nero di essere nero.

Ma a ben vedere non è solo la negazione della esistenza delle razze umane ad essere una solenne sciocchezza. Del resto è la stessa Costituzione della Repubblica (art. 2) che affermando la libertà e l’uguaglianza di tutti i cittadini a prescindere dalla differenza di razza, dà atto della esistenza di razze.

La legge attualmente in vigore punisce, e non lievemente, la pubblica affermazione della superiorità di una razza sull’altra o le altre.

Proposizione pericolosa, come tutte le pur necessarie censure penali di certe proclamazioni. Perché se l’affermazione della superiorità delle caratteristiche razziali di un popolo “uber alles” è odiosa e potenzialmente razzista, il riconoscimento che alcune razze possiedano capacità fisiche e forse anche psichiche indiscutibilmente superiori alle altre in determinati campi, è verità incontestabile: basta guardare i risultati di tutte le maratone e corse su lunghe distanze, nelle quali i Kenioti non hanno rivali.

Se le razze umane esistono non si può escludere che una o più di esse corra il rischio di estinzione. E se ci possiamo preoccupare del fatto che le tigri sono in via di estinzione, a maggior ragione possiamo e dobbiamo preoccuparci del fatto che lo siano, che so, gli Eschimesi o qualche altra razza umana.

Sciascia direbbe che l’unica razza che sembra inestinguibile è quella dei cretini. Ed è be nota (e dolente!) la frase che “le madri dei cretini sono sempre incinte”.

Di qui a sostenere che, a seguito delle migrazioni di massa di questi anni la razza bianca sia “a rischio” ce ne corre. Ma è questione di valutazione.

Ma se da un contesto di attualità politica passiamo a quello di valutazioni ed ipotesi antropologiche, non vedo perché non potrebbe prendersi in seria considerazione l’ipotesi di una simile estinzione in un periodo certo assai lungo, ma non tale da sfuggire anche ai calcoli di antropologhi seri.

Detto tutto questo e ferma la constatazione sulla inestinguibilità della razza dei cretini (di cui però mi guarderei bene accettare che debba costituire reato negarla) mi pare che, ancora una volta, pretendere di combattere le cattive proposizioni politiche, le opinioni ancorchè aberranti, lo scandalizzarsene implichi se necessariamente l’esortazione al linciaggio, per vietare di consegnare convincimenti, ancorché, distorti e cretini, ciò è da respingere.

Solo l’immediata esortazione a concreti atti di violenza e di lesione dei diritti di chicchessia dovrebbe, al più, essere considerato reato.

        Mauro Mellini

16.01.2018

Omaggio a Corrado Carnevale

Se c’è un Uomo cui l’attribuzione di essere il simbolo di un momento della storia recente del nostro Paese non è né esagerata, né impropria o poco calzante, questo è Corrado Carnevale.

Corrado Carnevale è certamente l’Uomo simbolo, l’unico di cui può ipotizzarsi tale qualifica senza piaggeria e con la convinzione che con ciò ci possiamo risparmiare molte parole, ragionamenti complessi, aggiustamenti di concetti e di riferimenti per dare del Diritto e della Giustizia la versione corrispondente al “dover essere”, il contrario delle sue quotidiane mistificazioni, la linea retta dalla quale, oramai abitualmente ed in una pressochè generale indifferenza e rassegnazione, si discostano le deviazioni più assurde e pericolose.

Al contempo Carnevale è un pezzo di storia, la chiave di una fase della storia, fase triste e deprimente: la storia di un assalto pianificato, di una persecuzione selvaggia e stupida della giustizia giusta da parte di una canea di ignoranti, sapienti solo dell’arte dell’eversione. Purtroppo, purtroppo per lui e per tutti noi, la sua scelta come obiettivo da colpire nella “fase preliminare” del golpe giudiziario, contro le libere istituzioni e lo Stato di diritto dello scorcio del Secolo XX, fu, dal punto di vista dell’arte dell’eversione, della guerra civile, un capolavoro di efficienza e di perfidia.

I golpisti in toga hanno applicato contro di lui la regola prima di ogni golpe militare di tipo Sud-Americano o d’altra collocazione geografica. Dopo un “tanquerazo” esibizione dei muscoli dell’apparato golpista con movimenti di carri armati atti a creare inquietudine, timori, anticipate propensioni alla resa, c’è la giornata del “golpe all’interno delle caserme”, in cui si “fanno fuori” i recalcitranti, i fedeli alla Costituzione, Generali o soldati che siano. Il giorno dopo i golpisti occupano i palazzi del Governo, il Parlamento, la televisione etc.

La persecuzione di Carnevale è stata tipica, atroce nella sua malignità e nella sua assurdità. In sostanza l’accusa nei confronti di quello che è stato, in base ai risultati di tutti i concorsi cui ha partecipato (finché ve ne sono stati degni di questo nome) il miglior magistrato che abbia avuto il nostro Paese, è stato di essere troppo bravo, troppo diligente, troppo esigente.

Conosce ed applica troppo il diritto, ha una capacità eccezionale di interpetrare le leggi e di valersene.

Gli strateghi del golpe hanno saputo sfruttare tutta la gran provvista di invidia che un Personaggio simile ha cumulato nel suo ambiente. E l’insofferenza verso di lui dei somari e dei fannulloni, costretti a studiare a fondo i fascicoli e ad informarsi delle questioni di diritto in discussioni, impediti dai suoi opportuni richiami, di “sorvolare”, di valersi di approssimazioni, di parlare (e scrivere) per sentito dire.

Fu accusato di fare della Corte di Cassazione un mattatoio di sentenze “per il solo fatto” che fossero delle baggianate. Di “disfare il lavoro di tanti colleghi” in prima linea per la lotta etc. etc.

Colpevole di prendere sul serio il diritto e la giustizia.

Io ricordo, che ebbi occasione ed obbligo di testimoniarlo a Palermo, al processo a carico di Giulio Andreotti, che questi, in una conversazione nel corso di una sospensione dei lavori d’Aula, a Montecitorio mi aveva detto: “Questo benedett’uomo di Carnevale va a rilevare qualsiasi errore nella applicazione delle leggi e così ci obbliga etc. etc.”. Paradossalmente quella era una testimonianza a discarico di Andretti (Quanto potevo e dovevo aggiungere delle mie reazioni fu considerato “superfluo”).

Così la classe politica si univa nella insofferenza e nel dileggio dell’Uomo e di quanto esso rappresentava, alla perfidia di quelli che si apprestavano a rovesciarla ed a rovesciare le libere istituzioni.

Abbiamo un po’ tutti la colpa di non ricordare abbastanza Corrado Carnevale e la sua storia.

Molti dei nostri Amici più giovani ne ignorano addirittura il nome.

Io mi debbo rimproverare il fatto che, ricordandoLo benissimo ed avendo capito fin da allora che cosa abbia rappresentato la sua figura e la sua persecuzione, finisco, per parlare e cercare di non far dimenticare o falsamente interpetrare gli eventi di quegli e di questi anni, per valermi di altri esempi e di altre argomentazioni. Basterebbe ricordare la sua vicenda.

Non dimentichiamo Carnevale.

Finiranno col privarci della conoscenza di un pezzo della nostra storia. Un pezzo doloroso ed ammonitore. Ma anche di una chiave per capire il presente.

Per avere una misura adeguata del degrado che la magistratura, dominata dal “Partito dei Magistrati”, ha raggiunto, basta infatti paragonare anche i migliori, i meno peggio di oggi con Corrado Carnevale.

A lui il nostro augurio, le espressioni della nostra riconoscenza. Anche per quel po’ di speranza che le figure ed i momenti positivi della storia, quale che ne sia stata la sorte, ci consentono di nutrire senza perderci nell’utopia.

          Mauro Mellini

15.01.2018

Femminicidio: Magia di una parola, salvata Carmen

Dovrò fare penitenza. Vestito del saio con i piedi nudi (col rischio, alla mia età, di una letale polmonite). Penitenza per non aver compreso tempestivamente il valore di una parola: “femminicidio”.
Mea culpa! Per aver fatto degli indecenti sberleffi a questo separatismo dei sessi di fronte all’omicidio. Mea culpa! Non avevo capito che superando una vieta, cieca unitarietà filologica dell’”ammazzamento” si realizza un passo avanti gigantesco verso l’emancipazione femminile, il voto di preferenza di genere, il sacerdozio femminile (che aspetta Bergoglio?) etc. etc. E verso la riduzione del numero delle donne ammazzate.
Che di fronte all’uccidere si debba distinguere tra uomini e donne sia il modo migliore per “pareggiare” i conti non è una novità. Una volta uccidere una donna era considerata una vigliaccata, un gesto indegno di un gentiluomo. Ma quella era un falso riguardo, sostanzialmente maschilista ed anche, credo che Rosy Bindi sia d’accordo, scandalosamente mafiosa, anche se del vecchio stampo.
Mea culpa! Non avevo capito che ostinandomi a chiamare “omicidio” (anche se non uomicidio) l’uccisione di una donna, invece che, appropriatamente, “femminicidio”, chi sa quante vite di donne ho lasciato che si sacrificassero.
Perché, se ci decidiamo di non fare confusione e dire pane al pane e femminicidio all’uccisione di una donna, si ridurrà il numero delle donne ammazzate, arrivando a delle “quote rosa” degli ammazzamenti più equo e quasi tollerabile.
Per fortuna c’è chi certe cose le capisce. Il regista teatrale Muscato, ad esempio, non solo ha capito l’importanza del lessico, ma anche quella della storia. Una storia, una cultura che fino ad oggi aveva fatto una gran confusione, una indecente promiscuità dei sessi in fatto di ammazzamenti. Quindi dalle parole è passato ai fatti. Cambiare la storia, cambiare le storie ed i “libretti” delle opere liriche, avvalersi dello “jus rimaneggiandi” dei registi d’avanguardia. E così ha salvato una vita (non una vita qualsiasi). Ha salvato la vita di Carmen, la protagonista dell’opera di Bizet, destinata a morire ammazzata, vittima di un efferato femminicidio all’ultima scena dell’opera.
Nella “Carmen” di Muscato non solo la Carmen si salva, ma è lei che con un colpo di pistola, fa fuori José. Forse ha esagerato. Ma tanto nessuno la accuserà (spero) di maschicidio.
Direi che il “salvataggio” di Carmen dal femminicidio è stato comunque completato da quello che un imprevisto incidente ha fatto sì che si realizzasse: il salvataggio da un sempre possibile processo per “eccesso colposo in legittima difesa”. I sostenitori del “femminicidio” sono in genere contrari (tralasciamo le considerazioni antropologiche) ad una certa larghezza in fatto di legittima difesa. Ma il caso, dicevamo, se ne è fatto carico. La pistola che avrebbe dovuto chiudere l’opera con un maschicidio si è inceppata. Ha fatto click! Ma José, cortesemente, è eugualmente stramazzato secondo il neocopione.
La gente ha fischiato, non il click della pistola ma la versione antifemminicida muscatiana dell’opera di Bizet.
Il Sindaco di Firenze si è incavolato per queste manifestazioni di insensibilità socio-culturalgiuridica dei suoi concittadini.
Teresa Megale, docente di storia del teatro, ha solennemente dichiarato: “anche io il finale lo avrei cambiato, non solo in quanto donna ma perché i capolavori della lirica…devono vivere lo spirito del tempo”.
La Prof. è, come dire, molto spiritosa. Addirittura il femminicidio no, ma…
Mauro Mellini
11.01.2018

Antimafia: "rimuovere Sgarbi" o, almeno, cercare di farlo screditare

I famigli dell’Inquisizione Antimafia-Mafiosa perdono colpi e la loro arroganza arriva a produrre, se non delle vere e proprie piacevolezze, certo scenari grotteschi e paradossali.
Giorni fa abbiamo raccontato la storia dell’articolo di “Antimafia 2000”, preteso (da Ingroia) organo ufficioso della Procura di Palermo, che, titolato “Di Matteo cittadino onorario di Adelfia”, con un groviglio di nefandezze grammaticali e sintattiche riusciva, a dire, cioè non riusciva a nascondere, che quel Consiglio Comunale li aveva pregati di “ripassare”, di togliersi dai piedi.
Pare che sia in corso una petizione perché “Musumeci rimuova Sgarbi” perché non ha affermato che Di Matteo, con quella pretesa “condanna a morte” (a Roma si dice “va’ a morì ammazzato”) ci ha guadagnato almeno in notorietà.
“Rimuovere Sgarbi” se diventa una chimera per “Agende Rosse” e seguaci, togati o no, del Guru Bongiovanni (quello con la croce dipinta sulla fronte) è cosa che probabilmente non dispiacerebbe a molti mafiosi (antimafiosi e no) ai quali non risparmia pestate ai piedi e qualcosa di più doloroso, toccandoli, come pure si dice a Roma “’ndove je dole” (pale eoliche etc.).
Se una persona “scomoda” non si può “rimuovere” come dicono gli articoli meno grammaticalmente impasticciati di “Antimafia 2000” se ne può almeno dir male. O, perché non si faccia confusione con più o meno specifici atti di accusa, fare in modo che se ne parli male, poco importa se in modo più ridicolo che lesivo. Voci. Voci che non si sa (ma talvolta è facile presumere) da dove vengono e non si sa dove finiscono, perché al più si perdono nella nebbia della diffidenza generale verso chi ha una qualche posizione di rilievo.
“Corre voce”. Corre voce ad Agrigento e dintorni che oramai un legame politico-culturale (!!!), un pappa e ciccia conviviale e non senza “uscite” pubbliche, si sarebbe stabilito (Udite! Udite!) tra Vittorio Sgarbi ed Arnone Giuseppe, avvocato (malgrado tutto) pregiudicato e giudicato e molto pregiudicante.
Questo Arnone Giuseppe, avvocato (si fa per dire) ha sempre scodinzolato attorno a Presidenti, Sindaci, Procuratori della Repubblica., Segretari di Partito etc. etc.
In altri tempi non aveva nemmeno da preoccuparsi, da darsi da fare per rendere pubblici tali legami. Doveva solo “gonfiarli” un po’. Proclamarsi l’alter ego di uomini politici e magistrati, tessendone le lodi (ricordate: “il miglior Governatore che abbia avuto la Sicilia dal tempo di Federico Secondo, il miglior sindaco di tutti i tempi”). E si godeva la fama, o solo l’ipotesi di averne “ambo le chiavi” del loro cuore. Fino a convincersi che fosse proprio vero. Quando si accorgeva di esserselo in tutto o in parte sognato, si infuriava, sbraitava, minacciava, diffamava e calunniava (e calunnia). Così ha cumulato condanne che manco Di Matteo ha collezionato tante cittadinanze onorarie. E senza ricorrere a falsi titoli di “Antimafia 2000”.
E’ inutile domandarci che c’è di vero in queste “esternazioni” dell’avv. (ahimè) Arnone Giuseppe. Di vero, in questa esilarante storiella del suo sodalizio con Sgarbi, c’è solo il fatto che qualcuno la racconta e che lui va scodinzolando fastidiosamente attorno a Vittorio.
Che in certe situazioni, poi, prima o poi, diventa giustamente sgarbato.
In questo caso c’è, forse, la prospettiva, la speranza di andare alla Sovrintendenza, in qualche ufficio dell’Autorità ai Beni Culturali, ma a “prestare Servizio Sociale”, cioè a scopare i locali, a rimuovere le erbacce dai parchi. Affidato in prova (finalmente!) quale alternativa al carcere (un anno e quattro mesi, salvo aggiunte in corso d’opera) per calunnia. Per fornire quale prova è meglio non dire.
L’ostentazione di un preteso legame con l’Assessore preventivamente lasciato intendere, gli consentirebbe, ottenuto l’ “affidamento” di farsi passare invece che per addetto “poenitentiae causa” a quegli umili servizi, che so, per un vice Assessore, per il consulente capo etc. etc.
Se è certo e, a quanto mi dicono, petulante e fastidioso, lo scodinzolare di Arnone attorno a Sgarbi, non è detto perciò che sia lui o solo lui a diffonderne la voce. Credo siano soprattutto quelli che, oramai con poca speranza di successo, gridano, scrivono e fanno striscioni “Rimuovete Sgarbi”.
Se così è, in fondo Arnone Giuseppe potrebbe trovarci qualche soddisfazione.
Ha sempre desiderato il potere. Ed anche e, specialmente il potere di danneggiare il prossimo. Magari il potere di discredito di una millantata amicizia.
Che però qualcuno, magari un guru o un vice guru, un fanatico, ritenga di poter danneggiare la figura di una persona come Sgarbi valendosi del potere screditante di un Arnone, è però cosa un po’ troppo complicata per i gusti dei fanatici. Ma qualche cinico affarista cui Sgarbi sta sullo stomaco perché il suo affarismo sta sullo stomaco a Sgarbi, potrebbe non considerare troppo tortuoso far ricorso alla “vis sputtanandi” di una millantata amicizia di questi con il condannato “in prova ai Servizi Sociali”.
E troverebbe anche esperti della propalazione di una consimile panzana. Pennivendoli o linguivendoli.
Mauro Mellini
08.01.2018

Davvero l'europa vuole che vinca il centrodestra'

Ho inteso affermare d qualcuno che non esito ad ammettere sia assai meglio informato di me che “l’Europa non si fida più della nostra Sinistra e vuole che le elezioni le vinca il Centrodestra”.
Da povero provinciale italiano, che non conosce due parole di inglese, che dell’Europeismo porta il segno di un’antica speranza di libertà e di comune rivolta contro oppressioni e sciocchezze, ho le mie non irragionevoli riserve contro un assioma del genere. E credo che anche questa sia una fantasia dietrologica che non è patrimonio solo dei nostri signori magistrati e dei nostri pretesi magnati di pasticcetti e grossi pasticci affaristico-internazionali.
L’Europa, quel tanto di struttura politica di grandi interessi europei, vuole certamente nel nostro Paese, come in altri, specie se considerati di second’ordine, “stabilità”. Un desiderio che ha sempre avuto ma di cui non ha saputo che perseguire l’opposto. La stabilità vera questa gente, la accetta e, semmai, la persegue solo nei suoi Paesi. L’antica politica delle “Potenze” di mestare con le fazioni (e non le migliori) del Paese dei Guelfi e Ghibellini è e rimane l’orizzonte politico di quegli ambienti.
Al quale corrisponde ed ha sempre corrisposto una corrività balorda nel confidare nei favori di partiti e personaggi stranieri, la segreta aspirazione all’investitura da parte di nuovi imperatori d’Oltralpe del “feudo italiano”.
Questi “grandi interessi” stranieri ed europei, questi ambienti dell’alta finanza e dell’altissima politica europea se hanno avuto affezioni ed hanno perseguito obiettivi nella politica interna del nostro Paese, hanno fatto grossi e spesso irreparabili errori. E non parlo di misteriose operazioni di “deviazioni”, di fomentazione di terrorismo e, magari, di guerra civile, ma di quel tanto di intromissioni plateali e di manovre sui partiti ed i governi italiani che anche uno sprovveduto delle grandi operazioni internazionali come me può aver capito ed ha capito.
Partiamo da lontano. L’intervento contro il reale pericolo comunista, che uno snobismo di una cultura sinistrorsa del nostro Paese ha cercato sempre di negare e, magari di ridicolizzare, è stato goffo e sostanzialmente consistente nel favorire, se non l’estremismo fascista, una versione neo-clericale della democrazia, l’invadenza del potere politico ecclesiastico, che ha bloccato e distorto un vero ritorno alla democrazia ed alle libere istituzioni. Quando questo sistema ha mostrato le sue crepe ed i suoi pericoli, invece di puntare su una ritrovata capacità di governo del Partito Socialista, è subito venuto, assieme al finanziamento della scissione di quel partito ed alla costituzione di un inconcludente Partito Socialdemocratico, un troppo facile appoggio ad una versione “all’italiana” della politica del Partito Comunista, al “compromesso storico” ed alla creazione di un sinistrismo vago ed inconcludente. Poi è venuto l’appoggio alla “palingenesi” di Mani Pulite, alla demolizione del sistema dei partiti, preceduta da uno scoperto intervento “preventivo” con l’operazione P. 2 (anti P2) in cui la Massoneria inglese ha guidato quella che poi si è risolta in una sorta di mattanza antimassonica, divenuta così praticabile dal Partito dei Magistrati.
Problemi di “stabilità” non si sono posti quegli ambienti così grettamente economicisti d’Europa e d’America nel pianificare la defenestrazione di Berlusconi e di tutto il Centrodestra, per ritrovarsi con la consegna dell’Italia ad un insulso e melmoso pasticcio Cattocomunista e, più seriamente, nelle mani del Partito dei Magistrati.
Che oggi quegli stessi ambienti, quei “poteri” forti d’Europa, quei grandi interessi puntino su la rinascita di un berlusconismo che essi stessi avendo disinvoltamente liquidato o concorso a liquidare può darsi. Ma se così è non so se ci sia la rallegrarsene, anche ad essere privi di ogni riserva per un Centrodestra troppo preoccupato di reprimere al suo interno ogni fermento veramente liberale.

Dite pure che questo è il pessimismo di una senile incontentabilità. Ma io non cambierò idea che di fronte ai fatti. Di cui non vedo né l’attualità, né i progetti e le speranze.

Mauro Mellini
03.01.2018

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