FacebookTwitterGoogleFeed

 

Editoriale

Editoriale

Omaggio a Corrado Carnevale

Se c’è un Uomo cui l’attribuzione di essere il simbolo di un momento della storia recente del nostro Paese non è né esagerata, né impropria o poco calzante, questo è Corrado Carnevale.

Corrado Carnevale è certamente l’Uomo simbolo, l’unico di cui può ipotizzarsi tale qualifica senza piaggeria e con la convinzione che con ciò ci possiamo risparmiare molte parole, ragionamenti complessi, aggiustamenti di concetti e di riferimenti per dare del Diritto e della Giustizia la versione corrispondente al “dover essere”, il contrario delle sue quotidiane mistificazioni, la linea retta dalla quale, oramai abitualmente ed in una pressochè generale indifferenza e rassegnazione, si discostano le deviazioni più assurde e pericolose.

Al contempo Carnevale è un pezzo di storia, la chiave di una fase della storia, fase triste e deprimente: la storia di un assalto pianificato, di una persecuzione selvaggia e stupida della giustizia giusta da parte di una canea di ignoranti, sapienti solo dell’arte dell’eversione. Purtroppo, purtroppo per lui e per tutti noi, la sua scelta come obiettivo da colpire nella “fase preliminare” del golpe giudiziario, contro le libere istituzioni e lo Stato di diritto dello scorcio del Secolo XX, fu, dal punto di vista dell’arte dell’eversione, della guerra civile, un capolavoro di efficienza e di perfidia.

I golpisti in toga hanno applicato contro di lui la regola prima di ogni golpe militare di tipo Sud-Americano o d’altra collocazione geografica. Dopo un “tanquerazo” esibizione dei muscoli dell’apparato golpista con movimenti di carri armati atti a creare inquietudine, timori, anticipate propensioni alla resa, c’è la giornata del “golpe all’interno delle caserme”, in cui si “fanno fuori” i recalcitranti, i fedeli alla Costituzione, Generali o soldati che siano. Il giorno dopo i golpisti occupano i palazzi del Governo, il Parlamento, la televisione etc.

La persecuzione di Carnevale è stata tipica, atroce nella sua malignità e nella sua assurdità. In sostanza l’accusa nei confronti di quello che è stato, in base ai risultati di tutti i concorsi cui ha partecipato (finché ve ne sono stati degni di questo nome) il miglior magistrato che abbia avuto il nostro Paese, è stato di essere troppo bravo, troppo diligente, troppo esigente.

Conosce ed applica troppo il diritto, ha una capacità eccezionale di interpetrare le leggi e di valersene.

Gli strateghi del golpe hanno saputo sfruttare tutta la gran provvista di invidia che un Personaggio simile ha cumulato nel suo ambiente. E l’insofferenza verso di lui dei somari e dei fannulloni, costretti a studiare a fondo i fascicoli e ad informarsi delle questioni di diritto in discussioni, impediti dai suoi opportuni richiami, di “sorvolare”, di valersi di approssimazioni, di parlare (e scrivere) per sentito dire.

Fu accusato di fare della Corte di Cassazione un mattatoio di sentenze “per il solo fatto” che fossero delle baggianate. Di “disfare il lavoro di tanti colleghi” in prima linea per la lotta etc. etc.

Colpevole di prendere sul serio il diritto e la giustizia.

Io ricordo, che ebbi occasione ed obbligo di testimoniarlo a Palermo, al processo a carico di Giulio Andreotti, che questi, in una conversazione nel corso di una sospensione dei lavori d’Aula, a Montecitorio mi aveva detto: “Questo benedett’uomo di Carnevale va a rilevare qualsiasi errore nella applicazione delle leggi e così ci obbliga etc. etc.”. Paradossalmente quella era una testimonianza a discarico di Andretti (Quanto potevo e dovevo aggiungere delle mie reazioni fu considerato “superfluo”).

Così la classe politica si univa nella insofferenza e nel dileggio dell’Uomo e di quanto esso rappresentava, alla perfidia di quelli che si apprestavano a rovesciarla ed a rovesciare le libere istituzioni.

Abbiamo un po’ tutti la colpa di non ricordare abbastanza Corrado Carnevale e la sua storia.

Molti dei nostri Amici più giovani ne ignorano addirittura il nome.

Io mi debbo rimproverare il fatto che, ricordandoLo benissimo ed avendo capito fin da allora che cosa abbia rappresentato la sua figura e la sua persecuzione, finisco, per parlare e cercare di non far dimenticare o falsamente interpetrare gli eventi di quegli e di questi anni, per valermi di altri esempi e di altre argomentazioni. Basterebbe ricordare la sua vicenda.

Non dimentichiamo Carnevale.

Finiranno col privarci della conoscenza di un pezzo della nostra storia. Un pezzo doloroso ed ammonitore. Ma anche di una chiave per capire il presente.

Per avere una misura adeguata del degrado che la magistratura, dominata dal “Partito dei Magistrati”, ha raggiunto, basta infatti paragonare anche i migliori, i meno peggio di oggi con Corrado Carnevale.

A lui il nostro augurio, le espressioni della nostra riconoscenza. Anche per quel po’ di speranza che le figure ed i momenti positivi della storia, quale che ne sia stata la sorte, ci consentono di nutrire senza perderci nell’utopia.

          Mauro Mellini

15.01.2018

Femminicidio: Magia di una parola, salvata Carmen

Dovrò fare penitenza. Vestito del saio con i piedi nudi (col rischio, alla mia età, di una letale polmonite). Penitenza per non aver compreso tempestivamente il valore di una parola: “femminicidio”.
Mea culpa! Per aver fatto degli indecenti sberleffi a questo separatismo dei sessi di fronte all’omicidio. Mea culpa! Non avevo capito che superando una vieta, cieca unitarietà filologica dell’”ammazzamento” si realizza un passo avanti gigantesco verso l’emancipazione femminile, il voto di preferenza di genere, il sacerdozio femminile (che aspetta Bergoglio?) etc. etc. E verso la riduzione del numero delle donne ammazzate.
Che di fronte all’uccidere si debba distinguere tra uomini e donne sia il modo migliore per “pareggiare” i conti non è una novità. Una volta uccidere una donna era considerata una vigliaccata, un gesto indegno di un gentiluomo. Ma quella era un falso riguardo, sostanzialmente maschilista ed anche, credo che Rosy Bindi sia d’accordo, scandalosamente mafiosa, anche se del vecchio stampo.
Mea culpa! Non avevo capito che ostinandomi a chiamare “omicidio” (anche se non uomicidio) l’uccisione di una donna, invece che, appropriatamente, “femminicidio”, chi sa quante vite di donne ho lasciato che si sacrificassero.
Perché, se ci decidiamo di non fare confusione e dire pane al pane e femminicidio all’uccisione di una donna, si ridurrà il numero delle donne ammazzate, arrivando a delle “quote rosa” degli ammazzamenti più equo e quasi tollerabile.
Per fortuna c’è chi certe cose le capisce. Il regista teatrale Muscato, ad esempio, non solo ha capito l’importanza del lessico, ma anche quella della storia. Una storia, una cultura che fino ad oggi aveva fatto una gran confusione, una indecente promiscuità dei sessi in fatto di ammazzamenti. Quindi dalle parole è passato ai fatti. Cambiare la storia, cambiare le storie ed i “libretti” delle opere liriche, avvalersi dello “jus rimaneggiandi” dei registi d’avanguardia. E così ha salvato una vita (non una vita qualsiasi). Ha salvato la vita di Carmen, la protagonista dell’opera di Bizet, destinata a morire ammazzata, vittima di un efferato femminicidio all’ultima scena dell’opera.
Nella “Carmen” di Muscato non solo la Carmen si salva, ma è lei che con un colpo di pistola, fa fuori José. Forse ha esagerato. Ma tanto nessuno la accuserà (spero) di maschicidio.
Direi che il “salvataggio” di Carmen dal femminicidio è stato comunque completato da quello che un imprevisto incidente ha fatto sì che si realizzasse: il salvataggio da un sempre possibile processo per “eccesso colposo in legittima difesa”. I sostenitori del “femminicidio” sono in genere contrari (tralasciamo le considerazioni antropologiche) ad una certa larghezza in fatto di legittima difesa. Ma il caso, dicevamo, se ne è fatto carico. La pistola che avrebbe dovuto chiudere l’opera con un maschicidio si è inceppata. Ha fatto click! Ma José, cortesemente, è eugualmente stramazzato secondo il neocopione.
La gente ha fischiato, non il click della pistola ma la versione antifemminicida muscatiana dell’opera di Bizet.
Il Sindaco di Firenze si è incavolato per queste manifestazioni di insensibilità socio-culturalgiuridica dei suoi concittadini.
Teresa Megale, docente di storia del teatro, ha solennemente dichiarato: “anche io il finale lo avrei cambiato, non solo in quanto donna ma perché i capolavori della lirica…devono vivere lo spirito del tempo”.
La Prof. è, come dire, molto spiritosa. Addirittura il femminicidio no, ma…
Mauro Mellini
11.01.2018

Antimafia: "rimuovere Sgarbi" o, almeno, cercare di farlo screditare

I famigli dell’Inquisizione Antimafia-Mafiosa perdono colpi e la loro arroganza arriva a produrre, se non delle vere e proprie piacevolezze, certo scenari grotteschi e paradossali.
Giorni fa abbiamo raccontato la storia dell’articolo di “Antimafia 2000”, preteso (da Ingroia) organo ufficioso della Procura di Palermo, che, titolato “Di Matteo cittadino onorario di Adelfia”, con un groviglio di nefandezze grammaticali e sintattiche riusciva, a dire, cioè non riusciva a nascondere, che quel Consiglio Comunale li aveva pregati di “ripassare”, di togliersi dai piedi.
Pare che sia in corso una petizione perché “Musumeci rimuova Sgarbi” perché non ha affermato che Di Matteo, con quella pretesa “condanna a morte” (a Roma si dice “va’ a morì ammazzato”) ci ha guadagnato almeno in notorietà.
“Rimuovere Sgarbi” se diventa una chimera per “Agende Rosse” e seguaci, togati o no, del Guru Bongiovanni (quello con la croce dipinta sulla fronte) è cosa che probabilmente non dispiacerebbe a molti mafiosi (antimafiosi e no) ai quali non risparmia pestate ai piedi e qualcosa di più doloroso, toccandoli, come pure si dice a Roma “’ndove je dole” (pale eoliche etc.).
Se una persona “scomoda” non si può “rimuovere” come dicono gli articoli meno grammaticalmente impasticciati di “Antimafia 2000” se ne può almeno dir male. O, perché non si faccia confusione con più o meno specifici atti di accusa, fare in modo che se ne parli male, poco importa se in modo più ridicolo che lesivo. Voci. Voci che non si sa (ma talvolta è facile presumere) da dove vengono e non si sa dove finiscono, perché al più si perdono nella nebbia della diffidenza generale verso chi ha una qualche posizione di rilievo.
“Corre voce”. Corre voce ad Agrigento e dintorni che oramai un legame politico-culturale (!!!), un pappa e ciccia conviviale e non senza “uscite” pubbliche, si sarebbe stabilito (Udite! Udite!) tra Vittorio Sgarbi ed Arnone Giuseppe, avvocato (malgrado tutto) pregiudicato e giudicato e molto pregiudicante.
Questo Arnone Giuseppe, avvocato (si fa per dire) ha sempre scodinzolato attorno a Presidenti, Sindaci, Procuratori della Repubblica., Segretari di Partito etc. etc.
In altri tempi non aveva nemmeno da preoccuparsi, da darsi da fare per rendere pubblici tali legami. Doveva solo “gonfiarli” un po’. Proclamarsi l’alter ego di uomini politici e magistrati, tessendone le lodi (ricordate: “il miglior Governatore che abbia avuto la Sicilia dal tempo di Federico Secondo, il miglior sindaco di tutti i tempi”). E si godeva la fama, o solo l’ipotesi di averne “ambo le chiavi” del loro cuore. Fino a convincersi che fosse proprio vero. Quando si accorgeva di esserselo in tutto o in parte sognato, si infuriava, sbraitava, minacciava, diffamava e calunniava (e calunnia). Così ha cumulato condanne che manco Di Matteo ha collezionato tante cittadinanze onorarie. E senza ricorrere a falsi titoli di “Antimafia 2000”.
E’ inutile domandarci che c’è di vero in queste “esternazioni” dell’avv. (ahimè) Arnone Giuseppe. Di vero, in questa esilarante storiella del suo sodalizio con Sgarbi, c’è solo il fatto che qualcuno la racconta e che lui va scodinzolando fastidiosamente attorno a Vittorio.
Che in certe situazioni, poi, prima o poi, diventa giustamente sgarbato.
In questo caso c’è, forse, la prospettiva, la speranza di andare alla Sovrintendenza, in qualche ufficio dell’Autorità ai Beni Culturali, ma a “prestare Servizio Sociale”, cioè a scopare i locali, a rimuovere le erbacce dai parchi. Affidato in prova (finalmente!) quale alternativa al carcere (un anno e quattro mesi, salvo aggiunte in corso d’opera) per calunnia. Per fornire quale prova è meglio non dire.
L’ostentazione di un preteso legame con l’Assessore preventivamente lasciato intendere, gli consentirebbe, ottenuto l’ “affidamento” di farsi passare invece che per addetto “poenitentiae causa” a quegli umili servizi, che so, per un vice Assessore, per il consulente capo etc. etc.
Se è certo e, a quanto mi dicono, petulante e fastidioso, lo scodinzolare di Arnone attorno a Sgarbi, non è detto perciò che sia lui o solo lui a diffonderne la voce. Credo siano soprattutto quelli che, oramai con poca speranza di successo, gridano, scrivono e fanno striscioni “Rimuovete Sgarbi”.
Se così è, in fondo Arnone Giuseppe potrebbe trovarci qualche soddisfazione.
Ha sempre desiderato il potere. Ed anche e, specialmente il potere di danneggiare il prossimo. Magari il potere di discredito di una millantata amicizia.
Che però qualcuno, magari un guru o un vice guru, un fanatico, ritenga di poter danneggiare la figura di una persona come Sgarbi valendosi del potere screditante di un Arnone, è però cosa un po’ troppo complicata per i gusti dei fanatici. Ma qualche cinico affarista cui Sgarbi sta sullo stomaco perché il suo affarismo sta sullo stomaco a Sgarbi, potrebbe non considerare troppo tortuoso far ricorso alla “vis sputtanandi” di una millantata amicizia di questi con il condannato “in prova ai Servizi Sociali”.
E troverebbe anche esperti della propalazione di una consimile panzana. Pennivendoli o linguivendoli.
Mauro Mellini
08.01.2018

Davvero l'europa vuole che vinca il centrodestra'

Ho inteso affermare d qualcuno che non esito ad ammettere sia assai meglio informato di me che “l’Europa non si fida più della nostra Sinistra e vuole che le elezioni le vinca il Centrodestra”.
Da povero provinciale italiano, che non conosce due parole di inglese, che dell’Europeismo porta il segno di un’antica speranza di libertà e di comune rivolta contro oppressioni e sciocchezze, ho le mie non irragionevoli riserve contro un assioma del genere. E credo che anche questa sia una fantasia dietrologica che non è patrimonio solo dei nostri signori magistrati e dei nostri pretesi magnati di pasticcetti e grossi pasticci affaristico-internazionali.
L’Europa, quel tanto di struttura politica di grandi interessi europei, vuole certamente nel nostro Paese, come in altri, specie se considerati di second’ordine, “stabilità”. Un desiderio che ha sempre avuto ma di cui non ha saputo che perseguire l’opposto. La stabilità vera questa gente, la accetta e, semmai, la persegue solo nei suoi Paesi. L’antica politica delle “Potenze” di mestare con le fazioni (e non le migliori) del Paese dei Guelfi e Ghibellini è e rimane l’orizzonte politico di quegli ambienti.
Al quale corrisponde ed ha sempre corrisposto una corrività balorda nel confidare nei favori di partiti e personaggi stranieri, la segreta aspirazione all’investitura da parte di nuovi imperatori d’Oltralpe del “feudo italiano”.
Questi “grandi interessi” stranieri ed europei, questi ambienti dell’alta finanza e dell’altissima politica europea se hanno avuto affezioni ed hanno perseguito obiettivi nella politica interna del nostro Paese, hanno fatto grossi e spesso irreparabili errori. E non parlo di misteriose operazioni di “deviazioni”, di fomentazione di terrorismo e, magari, di guerra civile, ma di quel tanto di intromissioni plateali e di manovre sui partiti ed i governi italiani che anche uno sprovveduto delle grandi operazioni internazionali come me può aver capito ed ha capito.
Partiamo da lontano. L’intervento contro il reale pericolo comunista, che uno snobismo di una cultura sinistrorsa del nostro Paese ha cercato sempre di negare e, magari di ridicolizzare, è stato goffo e sostanzialmente consistente nel favorire, se non l’estremismo fascista, una versione neo-clericale della democrazia, l’invadenza del potere politico ecclesiastico, che ha bloccato e distorto un vero ritorno alla democrazia ed alle libere istituzioni. Quando questo sistema ha mostrato le sue crepe ed i suoi pericoli, invece di puntare su una ritrovata capacità di governo del Partito Socialista, è subito venuto, assieme al finanziamento della scissione di quel partito ed alla costituzione di un inconcludente Partito Socialdemocratico, un troppo facile appoggio ad una versione “all’italiana” della politica del Partito Comunista, al “compromesso storico” ed alla creazione di un sinistrismo vago ed inconcludente. Poi è venuto l’appoggio alla “palingenesi” di Mani Pulite, alla demolizione del sistema dei partiti, preceduta da uno scoperto intervento “preventivo” con l’operazione P. 2 (anti P2) in cui la Massoneria inglese ha guidato quella che poi si è risolta in una sorta di mattanza antimassonica, divenuta così praticabile dal Partito dei Magistrati.
Problemi di “stabilità” non si sono posti quegli ambienti così grettamente economicisti d’Europa e d’America nel pianificare la defenestrazione di Berlusconi e di tutto il Centrodestra, per ritrovarsi con la consegna dell’Italia ad un insulso e melmoso pasticcio Cattocomunista e, più seriamente, nelle mani del Partito dei Magistrati.
Che oggi quegli stessi ambienti, quei “poteri” forti d’Europa, quei grandi interessi puntino su la rinascita di un berlusconismo che essi stessi avendo disinvoltamente liquidato o concorso a liquidare può darsi. Ma se così è non so se ci sia la rallegrarsene, anche ad essere privi di ogni riserva per un Centrodestra troppo preoccupato di reprimere al suo interno ogni fermento veramente liberale.

Dite pure che questo è il pessimismo di una senile incontentabilità. Ma io non cambierò idea che di fronte ai fatti. Di cui non vedo né l’attualità, né i progetti e le speranze.

Mauro Mellini
03.01.2018

Agrigento: quando la giustizia diventa distratta

Se c’è una giustizia sospettosa e incline a non farsi scrupoli di “pastoie” garantiste, “lottatrice” e “sgominatrice” del male, preoccupata di mostrare sempre la sua severità e di non fare sconti a nessuno, nemmeno agli innocenti, ce ne è un’altra, cioè, c’è un altro modo di comportarsi dello stesso apparato giudiziario che nei confronti di qualcuno, ed in certe occasioni, diventa distratta ed indulgente. E vi sono persino individui che hanno sbraitato invocando i fulmini di una giustizia senza troppi scrupoli e le hanno fornito materia sulla quale dare sfogo agli andazzi delle crociate giudiziarie che hanno poi conosciuto e conoscono (e ne godono) più che un inconsueto garantismo, una “distrazione” ed una clamorosa inconcludenza che ne fa dei privilegiati praticamente invulnerabili.

E’ il caso Agrigento. O, per essere più chiari, il caso Arnone Giuseppe, di anni 57 di professione (ahimè) avvocato.

Mi ero riproposto di fornire una statistica esatta delle sentenze e delle pendenze giudiziarie di questo singolare personaggio. Ma mi sono accorto, forse perché l’aritmetica non è mai stata il mio forte, che bisogna accontentarsi di dati parziali e di notizie confuse. Ma da anni certificati penali e “carichi pendenti” di questo indiscusso protagonista delle più sbracate vicende della Città di Agrigento degli anni a cavallo dei due secoli, hanno cominciato a riempirsi di numeri, date e dati. Una valanga impressionante.

Non è lontano il tempo in cui questo signore era ad Agrigento il simbolo di una giustizia irrompente, demolitrice di posizioni di potere. Era il “laico” della Procura della Repubblica. Lo chiamavano “Pepé Corrimprocura” perché così marcava il suo territorio su amministratori, politici, funzionari. Aggrediva chiunque non si piegasse alla sua supponenza, con esposti e denunzie. E con manifesti, discorsi, libri, in cui accuse di terribili reati si accavallavano. Ed in cui figurava una manchette: “E’ inutile che mi querelate, tanto mi assolvono”.

Con questo metodo di intimazione ha paralizzato opere pubbliche (che giacciono inutilizzate, monumenti di uno sciagurato timore reverenziale nei confronti del minaccioso personaggio).

Avvocato “ecologista”, padre-padrone di Legambiente, parte civile in qualsiasi processo di qualche risonanza mediatica, aggrediva gli avvocati avversari, dileggiandoli indecorosamente (di me disse alla stampa che ero rimbambito e, forse alcolizzato!!!! Perché avevo dichiarato il mio compiacimento per una assoluzione di un mio cliente da lui perseguitato).

Ad un certo punto, cambiati gli uomini negli Uffici Giudiziari e venuto fuori in Città qualcuno non disposto a farsi intimidire, alle prime condanne, anzi, ai primi processi che egli dovette subire per diffamazione si scatenò contro i magistrati accusandoli di ogni nefandezza, dileggiandoli personalmente con manifesti, striscioni, libri. Etc.

Nel contempo le sue velleità politiche (si era proclamato “sindaco in prospettiva” di Agrigento per i prossimi dieci anni) si sgonfiarono miseramente.

Per farla breve oggi Giuseppe Arnone ha collezionato più condanne, processi, denunzie e persino una richiesta di misure di prevenzione, più di quante cittadinanze onorarie si sia fatto conferire Di Matteo.

Ed eccoci al dunque.

E’ stato condannato varie volte (almeno 7-8) con sentenze passate in giudicato per reati di diffamazione con e senza il mezzo della stampa, ma anche per calunnia. Ed a pena detentiva senza condizionale.

Ha pendenti più di una cinquantina di procedimenti penali. Se le diffamazioni si sono ripetute in modo monotono, non sono mancate denunzie, procedimenti, condanne per calunnia (7-8) di cui una alla pena (senza condizionale) di un anno e quattro mesi. Ma figurano nell’elenco (un po’ confuso, in verità, anche se ve ne è uno fino al giugno 2016 redatto dalla Questura di Agrigento) estorsioni, minacce, lesioni, etc. etc.

Ora Arnone Giuseppe dovrebbe stare in carcere per la condanna per calunnia sopra ricordata, ad un anno e quattro mesi di reclusione. In attesa di altre. Ma il tempo passa e la richiesta di “affidamento in prova ai Servizi Sociali” pendente avanti al Tribunale di Palermo (giudice dell’esecuzione trattandosi di condanna di quella Corte d’Appello) da più di un anno, almeno, giace nel cassetto della giustizia palermitana, impegnata in ben altre imprese di archeologia e di storiografia giudiziaria.

Tutte le condanne per diffamazione, salvo forse una, malgrado la recidiva ultrareiterata e l’inaudita gravità degli impropri da lui usati sono state a pene di una mitezza commovente. L’affidamento “in prova” è del tutto impensabile, perché “la prova” della sua pericolosità Arnone la fornisce continuando imperterrito ad aggredire, diffamare, calunniare cittadini qualsiasi, ma anche magistrati, persino con striscioni avanti all’edificio del Tribunale.

La Questura di Agrigento ha persino avanzato una proposta di applicazione di misure di prevenzione (giugno 2016) che, dato il tempo trascorso, ho ragione di credere sia stata respinta. Sono notoriamente contrario alle misure di prevenzione, la cui sola ipotesi, nel caso, è grottesca, perché non c’è nulla da prevenire, dato che la serie dei delitti della stessa indole è ininterrotta e, a quanto par, inestinguibile.

Dulcis in fundo”: Arnone Giuseppe, pregiudicato, calunniatore, plurimputato autore di sceneggiate indecorose, in costume da sceriffo del West a condimento di qualche sua operazione esibizionistico-professionale divenute argomento di sollazzo in tutta Italia, continua a fare l’avvocato.

Il Foro fa concorrenza alla Curia in fatto di distrazione e di indulgenze per antiche e recenti offese a quella che una volta era la “dignità professionale”.

Arnone è un privilegiato? Oppure la Giustizia ad Agrigento (e magari anche a Palermo!!!!) ha cambiato strada ed è divenuta ultragarantista?

Credo che il garantismo c’entri ben poco. Né credo, come i cultori delle dietrologie non mancano di sussurrare, che “chi sa cosa c’è dietro” questa prudenza ed indulgenza dei magistrati.

Il fatto è che quando la Giustizia mette da parte la bilancia per impugnare a due mani il suo spadone, diventa giustizia di lotta, si finisce col perdere il senso delle proporzioni, anzi, il buon senso.

Colpevolezza ed innocenza, delinquenza abituale e magari professionale e mancanza di effettiva pericolosità sociale si confondono.

Restano amici e nemici. Arnone è stato un “amico”, un “famigliare dell’Inquisizione”. E’ passato molto tempo, è mutato il suo ruolo. Sono mutati i magistrati. Ma è pur sempre un “reduce”, magari un “invalido” come dicono i Francesi. E qualcuno, magari ragiona così: chi me lo fa fare?

            Mauro Mellini

19.12.2017

Perché nessuno finga di non sapere

Il cosiddetto “caso Sgarbi-Di Matteo”, che è poi solo il caso dell’arroganza intollerante delle falsificazioni dell’Antimafia, ha messo in rilievo una sostanziale connivenza con i peggiori imbroglioni e falsari di coloro che, magari rinunziando volentieri a farsi carico di conoscere la verità, si sono, a loro volta, fatti portatori e sostenitori delle altrui panzane e delle più balorde assurdità.

E’ il caso del Presidente Musumeci, che, affermando di “semplicemente” ritenere il contrasto di ciò che Sgarbi ha affermato è arrivato a sostenere l’assurdo ed il ridicolo: che Di Matteo non ha tratto alcun vantaggio dalla supposta minaccia di morte (divenuta condanna a morte) pronunziata da Totò Riina, così, ad esempio, che la sua notorietà, non sarebbe altrimenti rimasta limitata agli analisti della clamorosa topica giudiziaria del credito testardamente dato alle dichiarazioni del pentito “intermittente” Scarantino ed inoltre che le quasi cento “cittadinanze onorarie” a lui conferite da Città e Villaggi gli sarebbero state attribuite per meriti letterari e scientifici. Assurdo e ridicolo.

Ed allora, se a Musumeci manderemo una copia dell’opuscolo on line “Cittadino di Cento Città” con il quale fin da settembre abbiamo fatto una sintesi dell’arrampicata politico-giudiziaria del dott. Di Matteo Antonino, detto Nino e delle intemperanze della sua assurda esaltazione compiuta dalle tifoserie organizzate di Palermo ed altri luoghi, arrivate fino alla “intimazione” al Presidente della Repubblica “ché gli renda omaggio” (per meriti letterari?), ad altri bisogna trovare il modo di far pervenire quell’opuscolo. Perché nessuno possa dire “non sapevo”.

Quanti dei nostri amici sono disposti a riprodurre in “cartaceo” quello scritto ed a diffonderlo, lo facciano. Se non ne hanno il testo ce lo chiedano. Potremo vedere di farne redigere un formato più agevole. E ci informino di quanto hanno fatto e intendano fare.

TUTTI POSSONO SAPERE

TUTTI POSSONO FAR SAPERE

Ed ancora un SALUTO ED UNA AFFETTUOSA SOLIDARIETA’ A

VITTORIO SGARBI

                  Mauro Mellini

11.12.2017

Video In Evidenza

Il Libro

La rubrica

banner gg lib

Non è solo Saguto

annuncio

      CLICCA SULL'IMMAGINE PER INFO

La Newsletter

Privacy e Termini di Utilizzo

social

Giustizia Giusta utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza sul sito. Continuando la navigazione autorizzi l'uso dei cookie.