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Nata per uccidere, è colpa dei geni

Vizio parziale di mente e condanna a soli 20 anni per l'assassina "congenita". A Como, il giudice dell’udienza preliminare ha così deciso per Stefania Albertani. Si tratta del primo caso dell'utilizzo delle neuroscienze per la valutazione dell’imputabilità di reato. Alla giovane condannata per omicidio è stato riconosciuto il vizio parziale di mente, dopo un'approfondita analisi del cervello. Secondo il gup "La giovane presenta delle 'alterazioni' in un’area del cervello che ha la funzione di regolare le azioni aggressive e, dal punto di vista genetico, ha dei fattori associati a un maggior rischio di comportamento aggressivo e violento". La sentenza l'ha dunque definita come "Impulsiva, aggressiva e violenta di natura".
Ecco i fatti. Nel 2009, a Cadodrago, Stefania Albertani uccise sua sorella, costringendola all’assunzione di psicofarmaci in dosi tali da provocarne il decesso. Successivamente diede fuoco al cadavere. Unica indiziata per l'omicidio e tenuta sotto controllo dalla polizia, di fronte alle esortazioni della madre a confessare il suo delitto, tentò di strangolarla con una cintura per poi darle fuoco e fuggire. La madre si salvò, e la polizia arrestò Stefania. In seguito venne fuori anche l’ipotesi di un tentativo di far assumere dei farmaci a suo padre, il ché avrebbe provocato all’uomo un malore.
Ora il gup di Como, Luisa Lo Gatto, ha riconosciuto a Stefania il vizio parziale di mente, applicando i risultati non solo della perizia psichiatrica, ma anche di una consulenza neuroscientifica, che era stata richiesta dalla difesa dell’imputata. La perizia psichiatrica, di fatto, aveva già individuato "un quadro psichiatrico caratterizzato dalla menzogna patologica" e della presenza di una sindrome dissociativa.
Ma i periti hanno apportato ulteriore certezza sul fatto che nel cervello di Stefania Albertani siano presenti delle anomalie strutturali e genetiche che hanno come conseguenza un maggior rischio di sviluppare comportamenti aggressivi e violenti. Si tratta di alterazioni della morfologia e del volume delle strutture cerebrali, nonché della densità della materia grigia, anomalie localizzate in alcune zone del cervello di importanza chiave per i processi di suggestione e autosuggestione, nella gestione della facoltà di mentire e, infine, nel regolare le azioni aggressive. Il gup, nel ridurre la condanna ai soli 20 anni di reclusione, ha precisato che gli esami della struttura cerebrale e le analisi neuroscientifiche a cui l’imputata è stata sottoposta: "Senza avere alcun valore deterministico, hanno consentito di accertare delle anomalie che si traducono in un significativo aumento del rischio di sviluppare certi tipi di comportamenti". Quindi, per la decisione, ha svolto comunque un ruolo importante la "ricostruzione del correlato anatomo funzionale della sfera psichica della paziente attraverso le indagini di imaging cerebrale e di genetica molecolare". La linea seguita dal giudice dell’udienza preliminare di Como rappresenta il primo caso in Italia di ricorso alla neuroscienze in sede di processo, di presa in considerazione dei risultati delle analisi morfologiche e del patrimonio genetico dell’imputato per stabilirne la condizione e decidere l’entità della pena.
Fonte: Affaritaliani.it


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